Agli inizi di Gennaio ho assistito alla messa in scena di uno spettacolo dal titolo “Il cielo in una stanza”, eseguito al Piccolo Bellini di Napoli e scritto da Armando Pirozzi e Emanuele Valenti, per la regia di quest’ultimo.
Il testo, dinamico e ben recitato dal gruppo di attori della compagnia Punta Corsara, gira intorno al crollo di un palazzo napoletano negli anni ’50, probabilmente causato da una scellerata opera di costruzione e al succedersi di abusi edilizi, che ha lasciato gli inquilini senza un tetto sopra la testa, esposti al cielo che entra nella stanza, appunto, causando ingenti perdite familiari e aprendo ad una tragi-comica bega legale per identificare i colpevoli morali ma non ancora dichiarati della tragedia, i cosiddetti palazzinari.

Nonostante l’evidente sotto trama legata al tema della spietata costruzione/distruzione di interi quartieri possa essere essa stessa oggetto di riflessione su questo blog, non è questo il tema del post.

Ciò che ha attirato la mia attenzione è stata proprio la compagnia teatrale che ha portato in scena lo spettacolo, spingendomi ad interrogarmi e ad andare a ritroso nella genesi della compagnia, trovando interessanti spunti di riflessione in quella che sembra una matrioska di buone pratiche.

Come si legge sul sito di Punta Corsara “La compagnia teatrale nasce nel 2007 come progetto di impresa culturale della Fondazione Campania dei Festival per il Teatro Auditorium di Scampia e diventa nel 2010 associazione culturale indipendente”. Tuttavia, già prima di costituirsi in questa forma nel 2017, gran parte dei “Corsari” erano già impegnati in attività teatrali poiché, in un modo o nell’altro, avevano interagito con il progetto “Arrevuoto”, e qui la cosa si fa interessante!

Arrevuoto è un progetto di teatro e pedagogia nato nel 2005 in collaborazione con il Teatro Stabile di Napoli per coinvolgere ragazzi provenienti dalle periferie della città attraverso il teatro in attività di formazione e integrazione. Come riporta il sito di Arrevuoto “lo slogan è “Only connect” in quanto il metodo è quello di unire giovani di diverse parti sociali e cittadine nella costruzione di uno spettacolo esplosivo, arrevutante, senza peli sulla lingua, che parli alla città con l’energia della spontaneità critica”.

In particolare, Arrevuoto nasce per spingere i ragazzi di Scampia, in un periodo molto buio del quartiere martoriato dal ravvivarsi della faida tra i vari clan camorristici, a confrontarsi e a collaborare anche con ragazzi provenienti da altri contesti urbani.

Il progetto, degno di nota anche solo nell’obiettivo di breve periodo, ossia l’uso del teatro per favorire l’integrazione e lo scambio tra giovani studenti, si è rivelato quanto mai produttivo ed efficace, avendo prodotto tangibili risultati sul lungo periodo …adesso vi spiego.

Il progetto Arrevuoto non è stata una semplice attività extra scolastica fine a se stessa, al contrario, ha permesso che le vite di diversi alunni prendessero strade che sarebbero state difficili da intraprendere altrimenti, facendo del teatro non solo un hobby ma una vera e propria professione.
Alcuni dei ragazzi che nel progetto Arrevuoto hanno iniziato a muovere i primi passi sul palcoscenico dell’Auditorium di Scampia hanno instaurato dei rapporti solidi con le “guide”, cioè con attori professionisti che li hanno assistiti nella preparazione dello spettacolo, fino a diventare colleghi.

Infatti, il gruppo storico dei registi e attori del progetto Arrevuoto, insieme con i discenti, sono diventati una compagnia: Punta Corsara.

Al di là del successo della compagnia, i giovani attori, partendo da un progetto di inclusione sociale basato sul teatro in una zona a rischio, sono diventati professionisti che si stanno facendo strada sulla scena italiana e non solo. Giusto per menzionare alcuni nomi di attori riusciti grazie alla spinta del progetto Arrevuoto: Christian Giroso (L’amica geniale); Giuseppina Cervizzi (Gomorra, il film); Vincenzo Nemolato (La Kriptonite nella borsa); Gianni Vastarella (L’intrusa).

Mi interrogo quindi sulle centinaia di progetti sul teatro che nel corso degli anni ho sentito raccontare nelle scuole e sui loro scarsi risultati. Mi chiedo se i ragazzi di Scampia avessero una marcia in più e se tanti talenti si siano casualmente dati appuntamento nell’auditorium di Scampia consapevoli che sarebbero diventati attori. Può essere che sia stato così, ma diciamo anche che difficilmente le cose accadono per caso.

Il talento va stimolato, le opportunità vanno create e se c’è del potenziale questo va nutrito e alimentato, a maggior ragione nei contesti in cui le opportunità non sono scontate e a portata di mano.
Credo che il progetto Arrevuoto dimostri che un’ottima idea è destinata al successo se questa non è lasciata al caso ma se è supportata da altre associazioni, dalle istituzioni, come ha fatto il Teatro Stabile di Napoli, e se è capace di fare rete e supportare i partecipanti anche nelle fasi successive alle mere attività progettuali.

Arrevuoto, l’appendice successiva Punta Corsara e i percorsi individuali degli attori mi hanno veramente appassionato.
Ritengo che sia una buona pratica che meriti di essere raccontata, amplificata ed applicata in altri contesti per far sì che anche un progetto in una scuola possa realmente fare la differenza per chi vi prende parte, in una qualsiasi periferia di una qualsiasi città; permettendo che ragazzi, soprattutto in contesti cosiddetti difficili, possano confrontarsi con modelli alternativi e altre possibilità di crescita, non semplicemente intravedendole da lontano per un periodo limitato nel tempo, ma facendone parte essendo supportati con tutti i modi possibili.

La chiave della riuscita del longevo progetto mi sembra sia spiegata in un comunicato stampa del 26/10/2005 “Sia chiaro che fare teatro a Scampia non è atto di beneficenza, nulla ha a che vedere con le risistematine di coscienza o gli investimenti spirituali”. L’intento era “mettere in movimento un teatro che non c’è”. E in effetti l’investimento c’è stato ed è stato rilevante, e per nulla spirituale, il ritorno è tangibile e verificabile nelle attività degli attori che sono usciti da quella palestra.

Mi auguro che si possa sempre più seguire questa linea di interventi per elevare i progetti nelle scuole da meri passatempi tappabuchi in vere opportunità di crescita individuale e professionale a beneficio di intere comunità e, soprattutto, dei contesti più complessi.