Alla fine è stata l’Ucraina a trionfare all’edizione torinese dell’Eurovision, come prevedibile e in effetti previsto da molti.

Le tensioni tra Russia e Ucraina sono state inevitabilmente protagoniste di questa edizione. Il fatto stesso di andare in onda con una manifestazione così kitsch e colorata con un conflitto aperto nel cuore dell’Europa ha ricordato che “lo spettacolo deve continuare”. Nessuna concessione di sobrietà è stata fatta alla situazione in corso. Da questo punto di vista, lo show ha offerto una grande metafora delle vite della maggior parte di noi, che vanno avanti relegando al sovrappensiero l’orrore del conflitto e le possibili evoluzioni dello scenario internazionale.

Ma a parte queste considerazioni generali, Russia e Ucraina sono state al centro della kermesse ben prima della vittoria finale. Si è iniziato a metà febbraio, quando la cantante scelta per rappresentare l’Ucraina, Alina Pash, ha subito numerosi attacchi per aver effettuato “visite illegali in Crimea”. La cantante si era guadagnata il posto all’Eurovision vincendo una competizione canora, il cui regolamento prevedeva per gli artisti in gara la condizione di non aver svolto concerti o esibizioni in Russia e di non essersi recati nella Repubblica Autonoma di Crimea o nei territori occupati di Donetsk e Lugansk dopo il 2014.  L’accusa mossa alla Pash era quella di essersi recata in Crimea nel 2015 passando attraverso la Russia; fatto che lei ha sempre smentito, decidendo però ugualmente di ritirarsi dalla competizione. Quanto capitato alla Pash ricorda in parte la vicenda dell’italiano Albano, che nel clima teso tra Russia e Ucraina era per un certo periodo di tempo stato inserito da quest’ultima in una lista nera di ospiti sgraditi, come avevamo raccontato qui.

A fine febbraio, a seguito dell’attacco militare, la Russia è stata esclusa dalla competizione; Eurovision è stata una delle prime manifestazioni in assoluto ad aver applicato questo strumento di soft power di cui abbiamo parlato in precedenza, e che nel frattempo ha assunto profili sempre più netti (e in alcuni casi grotteschi).

Su Spaziocult abbiamo già parlato del valore geopolitico dell’Eurovision, legato soprattutto al piano della celebrazione e competizione nazionale insito nella gara tra paesi  e al  particolare meccanismo di voto, anch’esso articolato su giurie nazionali , per spiegare il quale vengono solitamente chiamati  in causa influenza culturale e alleanze strategiche. La musica non è quasi mai al centro della manifestazione, e non stupisce dunque che non lo sia stata quest’anno, in cui il pubblico di tutta Europa ha voluto tramite il voto mandare un messaggio di solidarietà. E’ stato infatti soprattutto il televoto a premiare la Kalush Orchestra, che dopo la prima fase di voto delle giurie nazionali era solamente quarta. Interessante notare che tra i paesi, il voto all’Ucraina come vincitrice era arrivato solamente da cinque paesi, tutti vicini alla Russia (Moldova, Polonia, Lettonia, Lituania e Romania). Sui social nostrani si è registrata una sostanziale contrapposizione tra coloro che hanno apprezzato la vittoria e quelli che invece hanno criticato l’incursione così smaccata della politica nella manifestazione.

Quello che colpisce di più è l’attenzione data ad Eurovision nelle strategie comunicative di rappresentanti istituzionali e politici. Il presidente ucraino Zelenski, nel pieno del conflitto militare attraversato dal suo paese, poche ore prima della finale ha pubblicato un video invitando l’Europa a votare per la Balush Orchestra. Alla notizia della vittoria, le più alte cariche dell’Unione Europea hanno colto l’occasione per manifestare sostegno alla causa ucraina celebrandone la vittoria all’Eurovision (la  Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel) ; analogo tweet è stato lanciato dal primo ministro inglese Boris Johnson. Da questo punto di vista ci sembra interessante rilevare come gli strumenti di soft power – quale può essere considerato una competizione canora tra paesi – continuano a rivestire un peso anche in tempi di drammatico ritorno all’hard power; ma anche come i confini tra hard e soft power risultino sempre più sfumati nella comunicazione, con manifestazioni simboliche che ci vengono presentate come rilevanti tanto quanto eventi materiali.

A riportare l’attenzione su elementi concreti in ogni caso ci ha pensato di nuovo il presidente Zelenski, che ha indicato via twitter Mariupol come sede dell’evento per l’Eurovision 2023 (tradizionalmente ospitata dal paese vincitore). Questa dichiarazione voleva forse permettere di immaginare un ponte tra un presente di devastazione e un possibile diverso futuro. Tuttavia, accostare gli sfarzi dell’Eurovision alle immagini delle macerie che inevitabilmente il nome di Mariupol evoca, ha anche reso immediatamente visibile l’enorme distanza che passa tra una vittoria in una competizione canora e il terribile conflitto in corso.