Lo scorso 26 gennaio si è svolto, come ogni anno, il rito della notte dei Grammy awards, considerati gli equivalenti degli Oscar in musica. Oltre che dal lutto per la prematura e drammatica scomparsa del gigante dell’NBA Kobe Bryant, la notte è stata segnata dal protagonismo indiscusso della giovanissima cantautrice statunitense Billie Eilish, che ha vinto i premi come miglior artista esordiente, miglior canzone, miglior registrazione, album dell’anno e Best Pop Vocal album. Accanto a Eilish, sono stati premiati anche nomi più noti e di lunga data del panorama musicale  contemporaneo, come Lady Gaga e Beyoncé. 

Al di là degli aspetti strettamente musicali e di partecipazione del (giovane) pubblico un elemento interessante di queste manifestazioni è legato anche al tipo di rappresentazione che forniscono della società contemporanea. Società occidentale, non solo statunitense, vista la sostanziale egemonia della musica d’oltreoceano e comunque anglosassone nel panorama del pop. Non solo la musica, che è figlia del proprio tempo, ma anche lo stile di questo tipo di eventi e coloro che ne emergono “vincitori” offrono alcuni interessanti spunti di riflessione.

La lista dei premiati 2020, per cominciare, vede protagoniste indiscusse le donne, in questo modo proseguendo un trend che va avanti ormai da alcuni anni. Nel 2019, ad esempio, il premio per miglior album era andato ad Ariana Grande e per la migliore esordiente a Dua Lipa; nel 2017 la trionfatrice era stata Adele, mentre nel 2016 il grammy per l’album dell’anno se lo era aggiudicato Taylor Swift. Chiaramente anche gli artisti uomini continuano ad avere i loro ampi spazi (come Bruno Mars e Ed Sheeran che hanno dominato l’edizione del 2018); ma senz’altro nell’ultimo decennio le artiste donne, per lo più giovani, hanno moltiplicato la loro presenza conquistando uno spazio sempre crescente nel cuore dei (e delle) giovani fan e nell’immaginario collettivo del pop. Se Madonna negli anni ’80 e ’90 era l’unica e indiscussa regina del pop, oggi il panorama è senza dubbio più variegato, e si può dire di assistere ad una crescente parità di genere.

Qualche elemento in più si può trarre poi guardando alla super vincitrice di quest’anno, Billie Eilish. Innanzitutto perché, rispetto a molte sue colleghe, è un’artista con venature più dark, che vengono sapientemente sfruttate a livello di immagine attraverso la promozione  (costruita ad arte) di una immagine quasi horror. Al di là di questi eccessi, il fatto che a trionfare sia stata un’artista dal profilo tormentato sembra riflettere in qualche modo le difficoltà dei giovani di oggi, su cui molta sociologia si interroga un po’ in tutto il mondo.

Inoltre Eilish è apparentemente venuta alla ribalta scrivendo e suonando canzoni nella sua cameretta con il fratello; anche questo elemento sembra volutamente enfatizzato nella costruzione mediatica del suo personaggio. In ogni caso, la sua figura rimanda ad una rappresentazione di “successo a portata di mano nell’era di internet” molto diffusa nel mondo contemporaneo. Di Eilish viene inoltre spesso enfatizzata la giovane età – la ragazza è appena diciottenne- e questa giovinezza riflette un trend ormai diffuso: quello di artisti sempre più giovani che manifestano spesso una maturità apparentemente superiore alla loro età, pronti fin subito ad affrontare il grande pubblico e a diventare gli idoli delle masse.

Tuttavia, seppure Eilish incarni lo stereotipo del successo che sembra essere stato raggiunto facilmente, il suo “personaggio” è molto lontano dall’immagine perfetta e stereotipata che si è costruita attorno ad artiste venute prima di lei; pensiamo a cantanti come Taylor Swift, Ariana Grande o Miley Cirus (prima maniera).

Con Billie Eilish, piuttosto, l’obiettivo sembra essere quello di permettere l’affermazione di modelli alternativi ai consueti canoni. Al contrario di altre colleghe, infatti Eilish rappresenta la possibilità di emergere anche essendo “fuori dal coro” e non rientrando nell’immaginario perfetto dell’adolescente di estrazione della middle class americana. Con i suoi vestiti oversize e i capelli decolorati, sembra personificare temi di grande attualità come la lotta al body shaming e la rivendicazione di poter essere come si è, senza doversi adeguare necessariamente a canoni estetici, sociali o di altro tipo.

La rottura imposta da Eilish non è poi da ritrovarsi solo nel look, ma anche nei suoi testi, espressione di tematiche complesse, profonde e anche dure. Ricorrono ad esempio i suoi sogni e richiami al tema del suicido. Ansaldo su internazionale (link qui) la definisce capace di imprimere alle sue canzoni una “cupezza antica”. Ma si distingue anche per gli arrangiamenti e effetti vocali degni di un artista ben più matura della sua giovane età.

Visti da questo punto di vista, i grammy rappresentano dunque una lente interessante per guardare al mondo contemporaneo, non solo in termini strettamente musicali ma anche sociali. Lo show segue le discussioni e i dibattiti che si affrontano fuori dal palcoscenico e si fa promotore di un messaggio. Non è la prima volta che accade- pensiamo alle cerimonie dei Golden Globe e dei Bafta 2018 in cui numerose attrici scelsero di vestirsi di nero per esprimere la propria solidarietà al movimento Mee Too- e non sarà l’unica. Ma vale la pena sottolineare la centralità che ha acquisito il tema dell’empowerment femminile anche nello show biz, cosa che, ci auguriamo, serva a smuovere coscienze e decisioni politiche che tendano ad un reale raggiungimento della parità di genere e ad una strenua lotta alle discriminazioni contro le donne. E se Eilish riesce a farsi promotrice di questi valori verso le giovani fan..ancora meglio!

Raffaella Coletti e Simona De Rosa