Si è molto discusso del nuovo video del duo Jay-Z e Beyoncé firmato The Carters, operazione indubbiamente interessante sotto diversi punti di vista: per la prestigiosa location (il Louvre di Parigi), per la rinomata regia di Ricky Saiz, e per le molteplici interpretazioni che ne sono state date, tra le altre l’interessante spunto di James Small circa il tema della tradizionale rappresentazione artistica dei corpi neri e la riappropriazione degli stessi degli spazi pubblici e delle varie forme di arte.

La mia riflessione verte sulla sottile linea di confine tra l’ordinaria funzione dei musei e le nuove modalità di fruizione dell’arte che permettano a questi luoghi di incrementarne visibilità ed introiti.

Generalmente il visitatore del Louvre viene assalito da un sentimento di inadeguatezza e stupore dato dall’ imponenza della struttura, dalla magnificenza della produzione artistica e dall’assoluta piccolezza dell’individuo dinnanzi a tali capolavori. Il visitatore si incammina quindi tra le tante sale in punta di piedi, sentendosi immerso dall’arte che lo circonda e instaurando una relazione di rispetto, ma anche interattiva e di scambio, del tutto personale con le opere.

Tutto questo nel video firmato The Carters non compare. Al contrario, la presenza di Jay-Z e Beyoncé appare talmente prorompente da mettere addirittura in secondo piano ed oscurare i capolavori che scorrono alle loro spalle, ponendosi come un simulacro di forma d’arte, prioritario rispetto a opere del calibro de La Zattera della Medusa o La Venere di Milo, e soprattutto tale da mettere gli spettatori del video in una posizione meramente passiva senza alcun coinvolgimento emotivo, finendo dunque, in assenza di partecipazione, ad essere ridotti a semplici “voyeur” rispetto a ciò che scorre davanti ai propri occhi.

Diametralmente opposta è l’interpretazione che viene proposta da Vanity Fair, in cui si legge “Beyoncé e Jay-Z si sono fatti aprire le porte del celebre museo parigino per una lezione d’arte come non l’avete mai vista”. La mia domanda è: il video in questione è un’opportunità per permettere a neo-visitatori digitali di fare un giro al Louvre per ammirarne le opere o è un modo per massaggiare l’ego della coppia pavoneggiandosi tra un quadro e una scultura?

Il risultato che appare, difatti, se andiamo anche a sommare la scelta del luogo al testo della canzone, è un esercizio di stile altamente autoreferenziale: grazie alla loro sfolgorante carriera i due cantanti sono arrivati così in alto da potersi permettere di affittare il Louvre, luogo di cultura e bellezza per eccellenza, per mostrare al mondo la loro grandezza (“I can’t believe we made it”) . Come se l’intero Louvre fosse ridotto a una mera scenografia o a semplice arredo al pari di uno yacht di lusso o di una mega villa con piscina.

Premesso che nulla è da imputare a Beyoncé e Jay-Z per aver colto questa occasione, il punto su cui interrogarsi è come garantire l’apertura dei musei a forme più innovative di sostenibilità senza che questi vengano sviliti a spazi comuni, perdendo il loro intrinseco valore di luoghi di cultura, evitando al contempo di disperdere quel sentimento unico e strettamente personale di partecipazione ed interazione del singolo visitatore con l’opera.

Un esperienza positiva può essere individuata nella riuscita operazione delle riproduzioni cinematografiche di diversi musei in 3D (si pensi ai musei vaticani) o alla digitalizzazione di collezioni d’arte (come gli Uffizi di Firenze) in cui si è riusciti a riprodurre le collezioni sotto forma di produzioni digitali anche per raggiungere le nuove generazioni attraverso un linguaggio più innovativo senza perdere di vista l’importanza dell’esperienza della visita museale che resta interattiva ed immersiva, seppur con strumenti diversi rispetto alla tradizionale visita fisica.

E’ evidente che anche i luoghi di cultura più emblematici debbano essere soggetti a strategie che ne garantiscano la sostenibilità finanziaria, soprattutto se si tratta di soggetti privati, ma la questione è: un’operazione commerciale del tipo di Apeshit, fatta in maniera tale da non mettere in risalto il luogo ma che al contrario usi lo spazio per far risaltare se stessa, non rischia di essere svilente per un baluardo della cultura rendendo quest’ultima marginale?

In più, se il potere economico rende possibile non solo l’affitto degli spazi ma anche la monopolizzazione delle opere d’arte custoditevi all’interno per fini individuali, mi chiedo se non si rischi una pericolosa mercificazione del luogo ma anche dell’arte stessa che dovrebbe, al contrario, essere preservata, custodita e promossa piuttosto che strumentalizzata. Ancora di più se- come sembra emergere da alcune letture del fenomeno- bisogna essere addirittura grati a Jay-Z e Beyoncé per averci permesso di entrare al Louvre e fruire dei suoi capolavori, non sembra questa una strategia di promozione inadatta visto che necessita addirittura dei The Carters per veicolare la rilevanza del patrimonio artistico alle grandi masse e fare promozione della propria collezione?

Mi interrogo allora su dove sia la linea di confine tra la fruizione dei luoghi di cultura e il rispetto per questi ultimi. Credo che sul punto dovrebbero riflettere a fondo i direttori dei musei e di celebri spazi d’arte se ritengono che la visibilità data da un video pop possa essere un beneficio e un vantaggio per la propria fama. Soprattutto, credo che questo video debba spingerli a riflettere su come aprire le proprie porte e dare accesso ai propri tesori a più larghi numeri senza scadere nella mercificazione del luogo e della banalizzazione dell’arte.

Bisogna anche dire che esistono vie di mezzo percorribili in cui collaborazioni innovative garantiscono un supporto alla sostenibilità del Museo senza che quest’ultimo debba rimetterci o che le opere d’arte di pubblico interesse siano utilizzate come un prodotto commerciale.

Un esempio di questo approccio è fornito dalla gestione della Reggia di Caserta ad opera del Direttore Mauro Felicori, rinominato direttore dei record per aver portato il bilancio in attivo anche grazie alla positiva inversione di tendenza nel numero di ingressi. Se da una parte Felicori è stato tacciato di aver trasformato la reggia in centro commerciale, dall’altra sono tanti quelli che sostengono che un’operazione commerciale è stata fatta senza andare a discapito degli ambienti più prestigiosi della Reggia e, né tanto meno, delle opere custoditevi all’interno. Nel corso di un’intervista a Linkiesta. Felicori ha espressamente detto “Un’impresa culturale deve produrre cultura. Deve far dire a un visitatore: «Ho visto per la prima volta un museo, mi è piaciuto e ora li voglio vedere tutti». Questo è il nostro fatturato. La nostra missione è rendere l’Italia più colta e civile. Di un sapere elitario e settario l’Italia non se ne fa nulla”.

E’ dunque questa la sottile linea di confine di cui sopra..Impresa sì, ma culturale. Fatturato certo, ma in termini di visitatori. Obiettivo finale: diffusione di cultura e civiltà attraverso la promozione dell’arte. Concordo che un sapere elitario non è funzionale a un sistema culturale, ma bisogna essere ugualmente consapevoli che 130 milioni di visualizzazioni su youtube non rendono giustizia al luogo di cultura in quanto tale e non ne garantiscono la sua promozione, né tanto meno la sua valorizzazione.

Al contrario, non vorrei che una sovraesposizione di tali luoghi finisse per ridurne l’unicità rendendo superfluo il concetto di esperienza personale di visita al Museo facendoci cadere nell’estremo opposto: “Non visiterò il Louvre, La Gioconda l’ho già vista nel video di Beyoncé”.